Gli umori dell’Onu dagli “amici” della Libia alla farsa di Durban

Mentre la parte sommersa dell’Amministrazione americana tenta in extremis di evitare che la richiesta di riconoscimento palestinese arrivi al Consiglio di sicurezza dell’Onu o all’Assemblea generale (molti insider del Palazzo di Vetro scommettono che Abu Mazen non si farà mancare nulla e procederà per entrambe le vie), la parte ufficiale si dedica ai dossier limitrofi. A margine dei lavori dell’assemblea, il segretario di stato, Hillary Clinton, ha incontrato il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu.
19 AGO 20
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Dopo l’inchiesta dell’Onu che ha stabilito la sostanziale legittimità del blocco navale imposto a Gaza da Israele – embargo forzato dalla nave turca Mavi Marmara – Ankara ha ritirato l’ambasciatore da Israele e ha congelato i rapporti. Per suturare le relazioni, Clinton ha sfruttato l’Assemblea generale per far leva sul potente ministro e aprire la pista al presidente, Barack Obama, che ha inserito un incontro con il primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Oggi Obama parlerà anche con il leader del Cnt di Bengasi, Mustafa Abdul Jalil, l’ex ministro di Gheddafi a cui Sarkozy e Cameron in missione a Tripoli alzavano le braccia come a un pugile vittorioso. E’ quando i leader europei sono stati accolti a Tripoli con sventolìo di palme che il ritardo del governo italiano è apparso in maniera compiuta (nonostante Roma sia stata la prima capitale a riconoscere il Cnt e l’unica a siglare accordi nero su bianco). Anche per questo una parte consistente della missione onusiana del ministro degli Esteri, Franco Frattini, è dedicata al consolidamento del ruolo dell’Italia fra i “Friends of Libya”, nome per nulla gradito a diversi osservatori africani all’Onu. Frattini ha incontrato il primo ministro Mahmoud Jibril, ha preso gli accordi di massima per una visita ufficiale a Tripoli (a chi sottolinea il ritardo italiano sugli apripista anglofrancesi, la Farnesina dice che “la guerra di date non ci interessa”) e oggi avrà l’occasione per mettere sul tavolo dei “friends” gli sforzi fatti dal governo per la transizione libica.
La candidatura palestinese e la ricostruzione della Libia attutiscono l’impatto solitamente eccezionale di Mahmoud Ahmadinejad, che ieri si è installato al Warwick Hotel sulla Sesta avenue – bersaglio dell’annuale polemica contro chi ospita il dittatore. La Columbia University non conferma le voci su una cena organizzata dal governo iraniano con studenti e professori dell’università, ma fonti del Foglio al Palazzo di Vetro dicono che un giro di inviti è effettivamente partito nel campus. Per uscire dall’inusuale alone d’irrilevanza, il presidente ha anche implorato al Jazeera di accordargli un’intervista, dopo che l’anno scorso aveva rifiutato con disprezzo la richiesta. Una voce indiscreta del network del Qatar dice al Foglio che mercoledì le telecamere saranno nell’albergo di Ahmadinejad. L’accento polemico cade infine su Durban III, la conferenza contro il razzismo boicottata dagli Stati Uniti e da una decina di democrazie occidentali, fra cui l’Italia. A quello che solitamente è un consesso anti israeliano con il sorriso sulle labbra non è stata ammessa l’associazione Un Watch, cane da guardia delle brutture onusiane. Accettata con grandi onori invece l’associazione North-South 21, fondata da Muammar Gheddafi negli anni Ottanta. Ogni anno assegna un premio per i diritti umani che porta il nome del rais.